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    Perché si viene a Roma: non solo icone

    Ci sono grafici che misurano quanti turisti arrivano, e grafici che spiegano perché arrivano. Questo appartiene alla seconda categoria, ed è tra i più utili di questa newsletter, perché scompone la domanda turistica internazionale di Roma non per provenienza o per tipologia di soggiorno, ma per motivazione di viaggio. E la risposta che restituisce, guardata con attenzione, dice qualcosa di più profondo di quanto sembri a prima vista.

    Perché si viene a Roma: non solo icone

     

    Il dato che domina il grafico è naturalmente quello del Leisure & City Experience, che copre stabilmente tra il 78% e l'86% dei turisti internazionali lungo tutto l'arco temporale considerato. È una quota talmente ampia da rischiare di essere letta in modo troppo semplice, come se dicesse soltanto che i turisti vengono a Roma per vedere il Colosseo, i Musei Vaticani, la Fontana di Trevi. Ma sarebbe una lettura riduttiva, e probabilmente inadeguata.

    L'errore più comune, quando si parla di attrattività di una grande città d'arte, è quello di ridurla alle sue icone più celebri, ai grandi monumenti, alle esperienze puntuali e specifiche che si possono elencare in una guida turistica. Ma il dato del Leisure & City Experience non misura soltanto le visite ai singoli luoghi simbolo: misura una categoria molto più ampia e più sfuggente, quella del piacere di stare in città, del suo modo di essere vissuta, del tempo che vi si trascorre passeggiando, sedendosi in un caffè, attraversando un quartiere, respirando un'atmosfera. In altri termini, ciò che attrae davvero un turista internazionale a Roma non è soltanto la somma dei suoi monumenti, ma la percezione di valore complessiva della città: un valore a cui naturalmente contribuiscono anche gli aspetti più iconici, ma che non si esaurisce in essi. È la città nel suo insieme, più che le sue singole parti, a generare il desiderio di visitarla.

    È una distinzione che ha conseguenze pratiche precise. Se l'attrattività di Roma dipendesse soltanto dalle sue icone, la strategia più ovvia sarebbe quella di continuare a investire esclusivamente sulla loro promozione e sulla loro gestione. Ma se, come suggerisce questo dato, l'attrattività reale nasce dalla qualità complessiva dell'esperienza urbana, allora la responsabilità si allarga: riguarda lo spazio pubblico, la vivibilità dei quartieri, la qualità della ristorazione diffusa, la sicurezza percepita, la facilità di muoversi in città, la capacità di offrire un'esperienza piacevole anche fuori dai circuiti monumentali più battuti. È l'intera città, non solo il suo centro storico più fotografato, a essere il vero prodotto turistico.

    Accanto a questa componente dominante, il grafico segnala altri cluster motivazionali che, pur restando minoritari in termini di quota, meritano di non essere sottovalutati. Il Business, cioè il turismo legato agli affari, alle conferenze e agli eventi aziendali, resta una componente strutturale della domanda, e conferma un tratto già emerso in questa newsletter: Roma non è soltanto una destinazione per il tempo libero, ma anche un polo di attrazione per la mobilità professionale e per riunioni e attività internazionali, un segmento che tipicamente porta con sé una capacità di spesa elevata e una preziosa destagionalizzazione della domanda, perché non segue i ritmi delle vacanze.

    Un dato che merita di essere segnalato con particolare attenzione, perché raramente trova spazio nel dibattito pubblico sul turismo romano, è quello dei VFR — Visiting Friends and Relatives, cioè i viaggi motivati dalla visita ad amici e parenti. È un segmento quasi sempre ignorato quando si parla di attrattività turistica, eppure presente e misurabile anche a Roma. Si tratta di una motivazione diversa da tutte le altre, perché non dipende solo dalla forza dell'offerta culturale o ricettiva della città, ma dalla densità delle relazioni personali che la legano al resto del mondo: una rete meno visibile, ma non meno reale, di legami familiari, affettivi, comunitari, che genera un flusso di visitatori proprio e continuativo.

    Colpisce anche la presenza, seppure minoritaria, del cluster Studio e di quello Religioso e spirituale, quest'ultimo naturalmente rilevante per una città che ospita il centro della cristianità cattolica. Sono quote piccole nei numeri assoluti, ma significative nel disegnare il profilo complessivo di una destinazione che riesce a intercettare motivazioni molto diverse tra loro, dalla formazione alla fede, dal lavoro al legame personale.

    Ed è proprio questa varietà, più che la dimensione di ciascun singolo cluster, il punto più importante che questo grafico consegna. Una grande destinazione turistica, nella sua condizione ideale, non dovrebbe mai dipendere da una sola motivazione di viaggio, per quanto forte essa sia. Dovrebbe piuttosto essere capace di rispondere a una pluralità di target e di motivazioni contemporaneamente: chi cerca la vacanza culturale e chi viaggia per lavoro, chi visita amici e parenti e chi si sposta per motivi di fede, chi arriva per studiare e chi arriva semplicemente per il piacere di vivere la città. La destinazione perfetta, alla fine, è quella che riesce a rispondere al meglio a ciascuno di questi target, senza dipendere in modo eccessivo da uno solo di essi.

    Letto in questa chiave, il grafico non descrive soltanto le motivazioni di chi viene a Roma oggi: descrive anche la solidità strutturale della sua base di domanda. Una città la cui attrattività si fonda prevalentemente sulla percezione di valore dell'esperienza urbana nel suo complesso, e che al tempo stesso mantiene vive componenti più specifiche come il business, lo studio, la fede e le relazioni personali, è una città meno esposta al rischio che corre chi dipende da una sola leva. Ed è, in fondo, la stessa lezione che questa newsletter ha già raccontato a proposito della pluralità dei mercati geografici e delle forme di ospitalità: la forza di Roma non sta in un singolo fattore, ma nella capacità di tenerne insieme molti, diversi tra loro, e tutti in crescita.

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